sabato 2 luglio 2016

Tappa Diciannove: da Venosa a Palazzo San Gervasio

1 luglio 2016

Per uscire da Venosa ripercorriamo la via centrale ma alle sei del mattino il mondo ha un'altra faccia, ancora da sporcare. Notiamo come le pietre della strada abbiano preso la forma di un sentiero, due solchi dovuti all'usura dei passaggi delle auto. Una strada sterrata poco prima dell'area archeologica ci fa scendere a picco fino al vallone del Reale, poi passato il fiume ci arrampichiamo perpendicolari in mezzo ai boschi. Venosa è già distante.

 
Non un'anima viva. Ci avevano messe in guardia dall'uomo nero, i lavoratori stagionali che passano l'estate tra i campi di pomodoro, ma nemmeno di loro c'è l'ombra. Solo le tracce dei casolari abbandonati.

 
La strada di oggi è un attraversamento desertico, una prova di resistenza per prima cosa fisica: stiamo imparando a dosare l'acqua, ad ascoltare i nostri corpi - ognuna il proprio ma anche quello dell'altra -, a livellare i nostri limiti e ad accordarli non per uguaglianza ma per condivisione. È uno sforzo anche mentale: da quando il tragitto è più impegnativo le nostre lamentele sono diminuite. Così, Giulia si dedica all'osservazione microscopica di flora e fauna mentre Clara naviga a vista nei suoi pensieri insondabili. Per ritrovarci puntelliamo la mattinata di letture, canti, riflessioni bizzarre a due voci.

 
"Preferiresti morire morsa da una vipera o beccata da un rapace?".

 
Espedienti per salvarsi la vita in cammino:

- Per evitare che il rapace ti cavi gli occhi, farai scudo con la guida. È spessa, dovrebbe quantomeno limitare i danni irrimediabili alla vista.

- Al rumore di sparo, la scelta è difficile ma deve essere rapida: saltare o accucciarsi. Oppure nascondersi dietro un riparo. Che in questo deserto non esiste.

- Il morso della vipera. Stringere forte sopra la ferita per evitare che il veleno entri in circolo. Il coltellino è nella tasca laterale di Andrea (lo zaino di Giulia). Incidere. Suggere il sangue infetto e sputarlo lontano. Chiamare i soccorsi. Se una di noi dovesse soccombere, onorarla con un epico epitaffio.

 
Alle porte di Palazzo San Gervasio troviamo una femminea fonte di frescura, che ci disseta e ci riporta a temperatura. I pensieri di morte certa scivolano via, la corrente già se li è portati lontano. Troppo caldo, a volte, dà alla testa.

Nessun commento:

Posta un commento